La finale di UEFA Conference League mette di fronte Crystal Palace e Rayo Vallecano, rappresentanti di due periferie che il calcio porterà per la prima volta sotto i riflettori
Mercoledì notte la UEFA incoronerà regina una cenerentola. Perché Croydon e Vallecas sono sì quartieri di due delle più monarchiche capitali europee, ma i club che vi sono cresciuti lo hanno fatto lontano dal lusso di Buckingham Palace e del Palacio Real, ma anche da quello di Florentino Pérez e Roman Abramovich. A sfidarsi nella finale di Conference League saranno il Crystal Palace e il Rayo Vallecano: due piccole realtà di Londra e Madrid, che rappresentano quartieri più che città, comunità più che tifoserie, idee più che semplici squadre di calcio. Questo io lo so, perché ho visto giocare entrambe dal vivo, innamorandomi irrimediabilmente di quei luoghi dove il destino-calcio ha deciso di portarmi.
Croydon
Sono stato a Selhurst Park nel novembre del 2016. Ero già stato a Londra, ma dovevo tornarci perché la prima volta mi ero perso la cosa più importante: gli stadi.
In quel weekend girai Londra in lungo e in largo, cambiando tutte le linee della metropolitana per arrivare al Craven Cottage, a Stamford Bridge, al vecchio White Hart Lane, all’Arsenal Stadium — con pellegrinaggio obbligato davanti al vecchio Highbury — fino a Wembley. Ma la meta principale del viaggio era Selhurst Park, perché nel pomeriggio di quel sabato autunnale le Eagles affrontavano il Manchester City di Guardiola, e io avevo un biglietto in Arthur Wait Stand, seconda fila.
Per arrivare a Croydon si prende un treno da London Bridge che passa davanti al The Den, lo stadio del Millwall, e arriva alla stazione di Norwood Junction, South London. Croydon è uno dei grandi borghi della Greater London. Un tempo era famoso perché sulla vicina Sydenham Hill venne ricollocato, dopo l’Esposizione Universale del 1851, l’enorme Palazzo di Cristallo. Attorno a quel palazzo sorse anche un grande complesso sportivo, dove tra il 1895 e il 1914 si disputarono le finali di FA Cup. Per fare in modo che l’impianto venisse utilizzato tutto l’anno, e non soltanto per le finali, la Crystal Palace Company decise nel 1905 di fondare una propria squadra di calcio. Il palazzo di cristallo oggi non esiste più. Il Crystal Palace, invece, è rimasto: orgoglio identitario di un quartiere residenziale che non ha che non ha altro se non una fila infinita di casette in mattoncini rossi tutte uguali e uno stadio che sembra appartenere a un’altra epoca.

Uscito dalla stazione di Norwood Junction mi ritrovo dentro un fiume di persone in marcia verso un’unica destinazione: Selhurst Park. Tutta l’area intorno allo stadio è pedonalizzata. Alcuni tifosi si fermano nei pub per qualche pinta, altri entrano in tavole calde dove un pranzo veloce a base di fagioli, pancetta e uova costa ancora pochissimo.
Selhurst Park è uno degli ultimi vecchi impianti della Premier League. Si entra attraverso stretti tornelli girevoli di ferraglia arrugginita e ci si ritrova immersi in un’atmosfera autenticamente pre-thatcheriana. Mi accomodo nel mio seggiolino: i giocatori del Palace si riscaldano a pochi metri da me, un’aquila — simbolo del club — vola da una curva all’altra, mentre gli Holmesdale Fanatics preparano una coreografia. Sono l’ultima tifoseria organizzata rimasta nel calcio inglese. Cantano per tutta la partita al ritmo dei tamburi, come in Sudamerica.

Londra è la città europea con il maggior numero di squadre professionistiche, ma nessuna, a parte il Crystal Palace, ha la sua casa a sud del Tamigi. Quel pomeriggio il Palace perde 1-2, come sempre succede contro le squadre più forti. Tranne una volta. Il 17 maggio 2025, a Wembley, le Eagles affrontano di nuovo il Manchester City di Guardiola nella finale di FA Cup. Eze segna dopo sedici minuti. Il City non reagisce. Passano i minuti, il nervosismo dei giocatori di Guardiola si trasforma lentamente in rassegnazione, mentre la paura dei tifosi del Palace diventa speranza. Poi arriva il fischio finale. Il Crystal Palace vince il primo trofeo dei suoi 120 anni di storia.
Lo slogan delle Eagles è “Pride of South London”. Mi torna sempre in mente una frase di Febbre a 90’: al protagonista non importa vivere in un quartiere con buone scuole e buoni servizi; vuole qualcosa che lo renda orgoglioso. In questa sua prima cavalcata europea, iniziata grazie a una vittoria in coppa contro i citizens, il Crystal Palace è diventata l’orgoglio di tutta Croydon..
Vallecas
Il 5 marzo 2023 mi trovo a Madrid. Il Real gioca in trasferta e i biglietti per l’Atlético sono esauriti. Mi ricordo allora che esiste una terza squadra di cui non conosco nulla, se non il nome: Rayo Vallecano. Appena atterrato nella capitale spagnola cerco informazioni e scopro che il Rayo gioca proprio quel pomeriggio contro l’Athletic Bilbao. Lo stadio si trova a Vallecas: basta prendere la Linea 1 della metro fino a Portazgo. Dei biglietti, però, non c’è traccia. Decido comunque di andare, nella speranza di entrare in qualche modo.
Quando emergo dalla metropolitana mi ritrovo davanti a un mondo a parte. Vallecas è un quartiere di palazzoni operai che si affacciano sul minuscolo stadio. In mezzo agli edifici c’è una grande piazza-parcheggio dove i tifosi del Rayo si sono radunati per la previa. Anche se è marzo, il clima è freddo, umido, quasi invernale. Sopra quel grigio slargo della periferia madrilena galleggia una nebbiolina verde creata dalle migliaia di canne che i tifosi si stanno fumando una dopo l’altra mentre cantano, sventolano bandiere e mostrano striscioni politici.
Essere tifosi del Rayo è una dichiarazione identitaria e politica. I tifosi si definiscono Bukaneros, pirati, e uno dei loro slogan recita: “Vallecas contro il mondo”. Attorno alla squadra si raccoglie una comunità operaia, ribelle e anti-establishment. I nemici calcistici sono i grandi club — Real Madrid e Atlético su tutti — il calcio-business e le proprietà lontane dal quartiere. Quelli politici sono la monarchia, il fascismo, il capitalismo, Israele. Vallecas è uno spazio di resistenza sociale.

Quando mi avvicino allo stadio in cerca di un biglietto scopro due cose: una mi sorprende, l’altra mi rammarica. La prima è che comprare i biglietti online, come avevo provato a fare la mattina stessa, è impossibile: il Rayo vende ancora quasi tutto fisicamente allo stadio, anche per preservare il legame territoriale del club. La seconda è che i biglietti sono terminati. Mi volto per cercare la strada verso la metropolitana e tornare a casa, neanche troppo sconsolato, perché l’atmosfera vissuta fuori dallo stadio aveva già ripagato il viaggio. Ma proprio in quel momento sento la voce di un bagarino che mette in vendita un ultimo tagliando. Mi avvicino. Mi sussurra che può lasciarmi una curva a sessanta euro. Il prezzo è tutt’altro che popolare, forse quello che avrei pagato per vedere il Real Madrid. Ma quel pomeriggio era bastato per farmi sentire parte di quella comunità. E allora lo compro.
Il Campo de Fútbol de Vallecas è uno degli impianti più decadenti della Liga. Ha appena 14.000 posti, manca persino una curva e al posto della gradinata sorgono enormi edifici residenziali. Eppure riesce a essere meraviglioso. Le pareti sono ricoperte di murales antifascisti e sticker del Che Guevara. Quando provo a filmare i tifosi con il cellulare, uno di loro mi chiede cortesemente di metterlo via. “Durante la partita si tifa il Rayo e basta”.
Il Rayo Vallecano è nato nel 1924, quando Real Madrid e Atlético si contendevano già la città da anni. Eppure offre ancora oggi una terza via: un altro modo di vivere Madrid e, forse, persino di stare al mondo.
La finale
Quella tra Crystal Palace e Rayo Vallecano non sarà la finale tra Londra e Madrid, sarà la finale tra Croydon e Vallecas. Tra due periferie che il calcio moderno aveva abituato a restare ai margini e che oggi, invece, si ritrovano improvvisamente al centro dell’Europa.
Chiunque vincerà entrerà nella piccola genealogia dei Davide che hanno sfidato e battuto i Golia del continente. Una storia che parte dal Nottingham Forest di Brian Clough e arriva fino all’Atalanta di Gianpiero Gasperini. Ma soprattutto, sarà la possibilità di mettere sotto i riflettori due quartieri che raramente vengono raccontati. Ed è forse questa la storia più bella che il calcio europeo riesce ancora a raccontare.
