Sono stato al Monumental e vi racconto come gravita Buenos Aires mentre si affrontano River e Boca
Episodio 1 della nostra rubrica sul calcio a Buenos Aires
Metti una domenica pomeriggio di una rovente giornata di fine estate a Buenos Aires. La pensilina da cui sto aspettando il colectivo per arrivare allo stadio si affaccia su un deserto d’asfalto: grigio, incandescente, vuoto. Questa gigantesca autostrada a cinque corsie per senso di marcia è la General Paz, il grande raccordo anulare porteño, che divide BuenosAiresBuenosAires dalla provincia. Perché sono qua, aspettando un autobus che non arriva, solo, sudato e bruciato, mentre le persone perbene popolano i giardini ombrosi e alberati di Versalles, il quartiere alle mie spalle, periferia bene della capitale argentina, sorseggiando vino di Mendoza e mangiando asado? La risposta arriva dal rumore dei tamburi che si avvicinano a effetto doppler suonati sopra un micro anni ’70 che sfreccia sull’autostrada, colmo di corpi seminudi che sventolano bandiere e si sporgono pericolosamente dai finestrini per mostrare al mondo i fumogeni con i colori della propria squadra. E’ un rosso che riempie il vuoto. Una passione pazza, quella di questi signori, che mi ricorda che questa domenica, l’unico posto al mondo in cui ha senso stare è il Monumental,
Il River, il Boca e i loro hinchas, come la sublimazione della passione argentina per tutte le cose belle, e quindi anche futili come una partita di calcio. Si aspetta la grande felicità, ma le uniche che esistono sono le piccole felicità, scriveva Ernesto Sábato). Due squadre divise da tredici chilometri: quelli che intercorrono tra la Bombonera della Boca, e il Monumental di Nuñez. Una distanza che nulla dice sulle radici comuni dei club. Il River come il Boca è stato fondato dove il Riachuelo sfocia nel Rio de la Plata. Il River come il Boca è stato fondato amatorialmente da un gruppo di genovesi, a inizio ‘900, a cui il pallone da calcio fu portato dai marinai inglesi, che alla Boca facevano attraccare le loro navi. È così che si diffuse il calcio a Buenos Aires, uno sport argentino, nato in Inghilterra.

Lo sradicamento del River dalla Boca avvenne negli anni ’30 sotto la presidenza di Antonio Liberti (a cui lo stadio in cui sto per andare è dedicato). Comprò Bernabé Ferreyra dal Tigre per una cifra inaudita, e portò la squadra a giocare nel suo ricco e attuale barrio, a nord della città. Da lì in poi il River sarebbe stato identificato come il club de los millonarios, mentre il Boca rimase quello de los xeneizes. Soprannomi che per la verità non contengono il senso di identificazione trasversale delle uniche due squadre argentine a vocazione nazionale.
Entro nel colectivo, che in alto indica la direzione River, con tanto di logo della squadra. E’ colmo all’impossibile. Alla mia vista, ma anche al mio tatto e al mio olfatto, si svelano i locos por el fútbol. Una massa indistinta di corpi che odorano di sudore e di fernet e cantano cori contro il Boca. Alcuni rumoreggiano coi tamburi, oppure percuotono i finestrini del mezzo di trasporto. Provo a indovinare la vita del capopopolo. Maschio, sulla quarantina, indossa una canottiera del River che gli rimane larga su un busto molto sottile. Peloso. In testa una cresta da gallina. Denti gialli e notevolmente storti. Fa partire i cori e li canta con fervore religioso. Vivrà in una delle Villas della provincia di Buenos Aires? Avrà a che fare con la criminalità organizzata? Cosa penserà di uno come me, europeo benvestito, che gli dice “sai, vengo dall’Italia, tifo l’ex squadra di Almeyda…non ho un’entrada”. Saprà dove sta Roma? Avrà pensato di derubarmi? Non lo so. So solo che, quando un altro me, un uomo sulla cinquantina, incamiciato e improfumato, prova a scendere dall’autobus e non riesce a raggiungere in tempo la porta prima che si chiuda, il magrolino inizia a urlare verso il conducente pregandolo di aprire al poveruomo rimasto intrappolato insieme ai locos.
C’è anche una vecchina dentro questo autobus, ed è divertita dal casino. Quando è il suo turno di uscire dall’autobus, i locos la aiutano, sorreggendola. E allora la vecchina scendendo dall’autobus dice loro un suerte. E la massa indistinta di locos risponde all’unisono con un boato ancora più forte dei cori che stavano cantando. E uno le urla: “dale abuelita”. Una reazione che la nonnina accoglie con un sorriso.
L’autobus finisce la sua corsa a dieci cuadras dallo stadio. La massa indistinta di corpi e sudore, di cui ormai anche io faccio parte, confluisce nel grande fiume di gente che percorre Avenida del Libertador come il Paranà nel Rio de la Plata.
A un’ora dal Superclásico, Nuñez è un grande carnevale. Per motivi di sicurezza da qualche anno in Argentina le trasferte sono vietate ai tifosi della squadra ospite, e quindi non si respira il clima di tensione che ci si aspetterebbe in un derby di questo tipo. Assisto tuttavia a scene da shock culturale: corpi svenuti sull’asfalto, dopo ore di alcool e canti, mentre accanto a loro centinaia di altri corpi continuano a saltare, invocando Eupalla. La testa di un maiale infilzata in un palo e issata per deridere l’avversario. Agenti di polizia con il casco, schierati in assetto di guerra, che in un paio di occasioni inducono il popolo (me compreso) a correre via, temendo un possibile attacco (in realtà si stavano spostando solo per bloccare una strada).

L’ora del big bang si avvicina: il popolo biancorosso si addensa attorno al centro gravitazionale dell’universo-Buenos Aires: la cancha. Le strade di Nuñez si svuotano mentre nuvole grigie incombono sulla città la cui atmosfera diventa cupa e minacciosa. Quando mancano dieci minuti al fischio d’inizio mi ritrovo a camminare da solo su una distesa di cartacce unte e bottiglie di Coca Cola vuote. Alle orecchie giungono i rumori dei fuochi d’artificio, sparati dentro lo stadio come missili in un teatro di guerra, mentre le squadre entrano in campo.
Mentre i calciatori si danno battaglia, io sono alla scoperta di Nuñez. E’ effettivamente un barrio da millonarios quello del River Plate, con parchi alberati e villette a schiera. Mi perdo tra queste casette in stile Wimbledon e penserei effettivamente di stare in Inghilterra, se questi mattoncini rossi che mi circondano, ormai a chilometri dallo stadio, non rimbombassero al minuto 49un boato impressionante. 1-0 River.
Torno su Libertador ad aspettare l’autobus che mi riporti a casa e non solo più solo: sulla mia sinistra, a un centinaio di metri di distanza, si staglia una squadra di circa duecento poliziotti in divisa nera che ora blocca l’accesso dell’area più prossima allo stadio. Dalla parte opposta della strada una cinquantina di tifosi del River che guardano la partita dai cellulari nel parcheggio di un McDonald’s . Accanto a me un loco por el fútbol, circa quarant’anni con indosso una canottiera del River. Vedendomi davanti lo stadio senza biglietto mi domanda perché fossi lì (io, dentro di me, mi chiedo lo stesso di lui), ma la mia risposta (“curiosità”), non lo convince. Mi chiede qual è la mia squadra argentina preferita. Non la ho. Dissimulando, mi spiega perché secondo lui il River sia meglio del Boca e di tutte le altre squadre argentine.
L’aria è tersa, mentre il vento addensa altre nuvole sopra di noi. La partita sta per finire. L’autobus non passa, e non sappiamo più se lo faranno passare. Davanti a noi appare un ladro che scappa dal derubato. Prende al volo un autobus lasciando il derubato furioso sul marciapiede. Lo strano tifoso del River che se ne sta fregando della partita più importante del River inizia a dispensarmi lezioni di vita: “Bisogna sempre essere brave persone. Non bisogna rubare.” Poi mi indica la polizia, che sta cambiando assetto. La nuova disposizione impaurisce il gruppo di tifosi appostati davanti al Mc che corre altrove. Io sto per fare lo stesso. Ma il tifoso (?) del River, dice: “tranqui“. “La polizia prende solo i delinquenti, tu sei un bravo ragazzo”. “Si eres bueno no te va a pasar nada. Confìa en dios amigo, confìa en dios!”. Mi lascio convincere dalla sua argomentazione religiosa. Rimango in attesa dell’autobus e faccio male: un passante in bicicletta ci avvisa che da quel punto, durante il Superclásico, il nostro autobus non sarebbe passato. E allora il mio strano amico si incammina sul viale e scompare all’orizzonte. Rimango solo in attesa di un taxi che prendo al volo. Il tassista annota il mio indirizzo, mette in moto e si azzitta. Lascia parlare la radio, alzata a tutto volume, con il relato della partita. Quando siamo sulla General Paz, l’anello che circonda questo universo-città chiamata Buenos Aires, diviso da molte anime calcistiche, ma da sole due super-squadre, il radiocronista urla un lunghissimo: “gooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooool”.
E allora l’autista, con gli occhi lucidi, mi guarda dallo specchietto e mi rivolge le sue uniche parole del viaggio: “ha pareggiato il Boca”. La locura di chi guarda il mondo come guarda il calcio, stupendosi e pretendendo che noialtri ci si stupisca.
